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nuvola XXXVIII • vita pratica

Qualcuno mi chiese, tempo fa, che tipo di utilità potevo trovare nelle mie letture filosofiche. Si riferiva a certe letture buddhiste, che per i profani sono astruse ed estreme.
Beh, è molto semplice in realtà.
Leggete ad esempio queste parole del militare e filosofo Yamamoto Tsunetomo, autore di Hagakure e uno dei massimi teorici del Bushidō:

“Il Codice del Samurai va cercato nella morte. Si mediti quotidianamente sulla sua ineluttabilità. Ogni giorno, quando nulla turba il nostro corpo e la nostra mente, dobbiamo immaginarci squarciati da frecce, fucili, lance e spade, travolti da onde impetuose, avvolti dalle fiamme in un immenso rogo, folgorati da una saetta, scossi da un terremoto che non lascia scampo, precipitati in un dirupo senza fine, agonizzanti per una malattia o pronti al suicidio per la morte del nostro signore. E ogni giorno, immancabilmente, dobbiamo considerarci morti. È questa l’essenza del Codice del Samurai.”

È ovvio che nessuno di noi può aspirare a tanto, a essere un vero samurai. Non avrebbe davvero alcun senso: il nostro tempo non è il loro tempo, la nostra cultura non è la loro cultura. Il loro codice era davvero molto rigido, capace di trasformarli in macchine da guerra, esseri senza paura e praticamente senza macchia. Chi avrebbe quel coraggio? Forse solo una manciata di uomini, mosche bianche.
Si può però prendere spunto in questo modo.
Allora, poniamo che una persona sia superba per la sua bellezza, ricchezza o intelligenza. Per evitare questa spiacevole cosa, che danneggia lei e gli altri intorno a lei, le basterebbe riflettere per un po’ – ogni giorno – sul fatto che la bellezza può essere improvvisamente deturpata, la ricchezza può trasformarsi in rovina, e l’intelligenza può essere incrinata da un trauma fisico violento. In ogni caso, ognuno dovrebbe tenere sempre a mente che un giorno la vita giungerà a un termine, che ogni cosa bella è impermanente esattamente come ogni cosa brutta. Questo tipo di pensieri non sono pura ansietà, né nichilismo: sono pensieri realistici che possono ricreare un umore umile, equilibrato, e più rivolto a godere ciò che c’è, quando c’è. Possono rendere una persona – come dire? – più gradevole. Possono spingerla alla comprensione degli altri e alla compassione incondizionata.
La nostra vita in questa società spesso è difficile proprio perché le persone non riflettono a sufficienza sulle loro zone d’ombra, e vanno in giro a rovinarsi e a far danni.
Ecco l’utilità che trovo in questo genere di studi: utilità pratica, che può aiutare nella vita di tutti i giorni, nell’incontrare le persone, nel sostenere il peso dei giorni, senza estremismi ma senza superficialità che – non so se è lo stesso per voi – un po’ mi ripugna.

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nuvola XXXVII • tao

“Il Cristianesimo ci ha abituati a scindere rigorosamente Bene e Male, senza possibilità di conciliazione. Ma così ‘il nostro dio reale’ è diventato ‘la rispettabilità’. Il mondo, quando si elimina l’Ombra, diventa insipido, come narra la parabola ebraica dell’uomo pio che, ottenuto da Dio di essere liberato dal demone della passione, scoprì che rose e vino e donne non sapevano più di niente. Il mondo si era impoverito.”

(Augusto Romano – Citazione trovata in un bellissimo articolo di jungitalia.it sull’incapacità di gestire il proprio male, che ti invito a leggere)

Si è ciò che si vive. Sì è ciò che di sé si riesce ad affrontare. Si è il carisma, quello che resta dopo che tutto è polverizzato in cenere. Si è ciò che resiste al fuoco. Si è tutte le volte che da quella cenere si rinasce. Si è la cristallizzazione. Si è la paura. Si è addirittura il panico. Si è quel coraggio che non ci si aspettava. Si è il bene e il male che si contiene. Si è la capacità di stare da soli. Si è la voglia della propria indipendenza. Si è l’affascinare gli altri. Si è il disgustarli. Si è il credere ai propri limiti, si è il credere alle proprie forze. Si è la tristezza e la compassione che nasce nella tristezza. Si è il volto che si porta quando le cose vanno male. Si è la generosità di quando le cose vanno bene. Si è un sorriso, radioso; si è anche un ghigno, maligno. Si è un cadere di maschere. Si è un conato di bile e un bacio sulla fronte. Si è il resistere. Si è quella miriade di emozioni che si distendono tra stomaco e petto. Si è quella luce negli occhi. Si è quella luce d’amore negli occhi. Si è quella luce sinistra negli occhi. Si è quella carezza delicata. Si è quello schiaffo. Si è il talento e le capacità acquisite. Si è la carenza che sono andati a riempire. Si è ogni compensazione. Si è la noia di una prigione. Si è il momento dell’evasione. Si è il non pensare mai ciò che fa comodo. Si è l’umore dietro una parola costruita. Si è quel “fuoco che nasce dalla rabbia e col tempo diventa luce”. Si è tutte le persone care. Si è la stima verso chi vale. Si è il coraggio di porre fine all’intollerabile. Si è quella risata che scroscia più forte della pioggia. Si è quell’assoluta incapacità di controllare le cose. Si è quel non voler controllare nulla e nessuno. Si è quel non fare giochi di potere. Si è ogni umiliazione e ogni trionfo. Si è l’umiltà ma anche la fierezza. Si è quando si ammette di avere parti buie. Si è quello scegliere come volare in un mondo dove tutto precipita. Si è ciò che, in mezzo a un continuo muoversi, è ancora lì dentro di te. Si è una passione profonda, senza nome e senza arresto. Si è quel sorriso di quando fai ciò che ami. Si è quelle persone che si amano senza averle intorno. Si è.

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nuvola XXXVI • xmas. noël. natale.

So che non tutti vedono ciò che è invisibile. Soltanto alcuni ne hanno dimestichezza: sono molto privilegiati! Per tanti altri è difficile e faticoso… Ciononostante si dovrebbe tentare, per vedere esattamente ciò che si nasconde alla vista — il non-visibile — che è precisamente l’essenziale.

… Strati di buio coprono la scintilla.

Ciò che avvolge e che protegge. Ciò che ha cura, e non esige. Ciò che vive di presenza, gentilezza, tocchi delicati. Ciò che accende candele profumate, cura giardini, rimbocca le coperte. Ciò che prepara pasti caldi per l’anima altrui. La voglia irrefrenabile di accarezzare. La capacità di entrare nei pensieri, di vedere, di sapere. Di non giudicare; soprattutto di non fingere. Il filtrare le cose con un velo di poesia. L’immaginare. Il saper desiderare. La virtù che hanno certi sorrisi di guarire. Lo svanire della superbia, la rinuncia all’orgoglio. Il non fare arrabbiare. La scelta. Il tendere la mano… In un mondo dove pochi crescono, ma tanti si compromettono; dove i sentimenti si pesano più da vaghe parole che dalla saldezza del cuore; dove si gioca facilmente con le anime, e a fatica si ascolta il battito di un cuore sepolto; dove ci si entusiasma e poi ci si annoia; dove sembra che si gareggi per un invisibile podio e le cose belle vengono gettate via… si abbia il coraggio di volere bene, di capire, di non trattare mai nessuno come se fosse un investimento. Un cuore umano non vale solo se è utile e facile. Gli investimenti non sono mai gli altri: siamo noi stessi. Su di noi dobbiamo investire tempo e gesti. Su di noi talvolta puntare il dito. Noi, con il coraggio di capire chi siamo e a che punto siamo. Con la certezza che ciò che non curiamo andrà perduto. Con il coraggio ancora più grande di incontrare il prossimo, nonostante limiti e paure.

Sono tempi duri, in cui è più facile farsi spietati: beh, occorre scegliere diversamente.

Prendersi al responsabilità della vicinanza. Capire il sentire negli occhi di chiunque. Fermarsi a una certa distanza, rispettosamente. Osservare il volto, le increspature della bocca, la luce nelle iridi. Vedere l’anima dietro il corpo — che tenta di dire, di esprimere, di regalare. Mai costringere qualcuno a tacere. Sentire la vibrazione. Scavare nel silenzio. Infine, cingere le braccia intorno.

E stringere… forte, ma non tanto.

nuvola XXXV • sogni

In fondo, spiegare se stessi è difficile.

Basterebbe essere osservati, per essere capiti. E allora occorre farlo per primi: osservare, capire e avere pazienza. Capire le parole, le finte parole ed i silenzi. Questi sono tempi strani; tempi in cui le persone hanno paura, e quindi si accompagnano l’un l’altra… per illudersi. Persone che non vogliono guardare in faccia la realtà. Altre persone che, invece di darsi e di dare, manipolano per avere. E finiscono con l’essere ancora più sole. A volte compare un privilegiato; uno che — nonostante il prezzo alto che paga —  riesce a non perdere mai la lezione. Nessuno osserva più. Nessuno pazienta più. Si va troppo di corsa, alla ricerca di chissà cosa. Qualcuno osserva e pazienta: non si sa il suo nome. Ripenso a Gurdjieff, a come indicava un solo momento in cui l’uomo ha una speranza: quando non ha niente, non è niente, e lo sa. Pochissimi riescono a reggere, a sopportare la frustrazione. L’impotenza. Ci si deve distrarre, altrimenti si muore. Si muore dentro. Si deve correre. Altrove. Alla ricerca di specchi buoni che abbiano pietà della propria faccia. Quelli che corrono. Non capiscono che devi mantenere l’anima a digiuno, per un po’— almeno fin quando è necessario. Il digiuno le giova, le fa capire chi è. Abbiamo desideri che non sono desideri, crediamo che gli altri siano come non sono. Per capriccio gli mettiamo addosso vestiti stretti e inadeguati: non abbiamo la pazienza di vederli nudi. A volte li poniamo sugli altari, altre volte li buttiamo nei pozzi. A volte cadono in disgrazia, nel nostro cuore; piombano nell’ombra dov’erano prima che li incontrassimo. Ci riempiamo la testa di fantasie, ignorando che una persona — lasciata essere, senza giudizio e senza pretesa — può rivelarsi molto migliore di come la immaginiamo. Ma l’immaginazione è tiranna. L’immaginazione è violenza. Beati quelli che sanno stare fermi e che dicono, piano… “Sono qui. Soffro. A tratti sorrido. Ma non inganno il destino, e non mi illudo sul mio conto.” Strane archeologie, antichi monumenti, in luoghi reconditi dentro di noi: ci riservano un giudizio. Un piccolo animale innocente affoga, scomparso nelle cose che bagnano. Sogni. Sogniamo. L’istinto, l’istinto profondo, in grado di salvare.

nuvola XXXIV • Rudolf Steiner: forgiando l’armatura

Forgiando l’Armatura.

«Mi rifiuto di sottomettermi alla paura
che mi toglie la gioia della libertà,
che non mi lascia rischiare niente,
che mi fa diventare piccolo e meschino,
che mi afferra,
che non mi lascia essere diretto e franco,
che mi perseguita e occupa negativamente la mia immaginazione,
che sempre dipinge cupe visioni.
Non voglio alzare barriere per paura della paura.
Io voglio vivere e non voglio rinchiudermi.
Non voglio essere amichevole per paura di essere sincero.
Voglio che i miei passi siano fermi perché sono sicuro
e non per coprire la paura.
E quando sto zitto,
voglio farlo per amore
e non per timore
delle conseguenze delle mie parole.
Non voglio credere a qualcosa
solo per paura di non credere.
Non voglio filosofare per paura
che qualcosa possa colpirmi da vicino.
Non voglio piegarmi
solo per paura di non essere amabile,
non voglio imporre qualcosa agli altri
per paura che gli altri possano imporre qualcosa a me;
per paura di sbagliare non voglio diventare inattivo.
Non voglio fuggire indietro verso il “vecchio”
per paura di non sentirmi sicuro nel “nuovo”.
Non voglio farmi importante
perché ho paura di essere altrimenti ignorato.
Per convinzione e amore
voglio fare ciò che faccio
e smettere di fare ciò che smetto di fare.
Dalla paura voglio strappare
il dominio e darlo all’Amore.
E voglio credere nel Regno
che esiste in me.»

stalker

nuvola XXXIII • stalker 

“No, non è vero, non è vero! Lei si sbaglia: uno Stalker non può entrare nella Stanza. Uno Stalker per se stesso non può chiedere niente, niente: ricordatevi del Porcospino. Sì, sono un verme, non ho combinato niente, e nemmeno qui posso fare niente. Perfino a mia moglie non sono riuscito a dare niente. Non ho amici e nemmeno posso averne. Ma non toglietemi quello che è mio. Mi hanno già tolto tutto là, dietro a quel filo spinato! Tutto quello che ho è qui, qui nella Zona! La mia felicità, la mia libertà, la mia dignità: tutto qui! Io porto qui solo quelli come me: infelici, disperati, che non hanno più niente in cui sperare… e io posso capire, posso aiutarli. Nessuno può farlo, ma io, il verme, io sì che posso! Ecco è tutto qui quello che ho, niente altro… e non voglio, non desidero niente altro.”

Andrej Tarkovskij, Stalker (1979)

La Zona è una vasta campagna ormai ritornata all’incontrastata signoria della natura. Un meteorite – così si dice – l’ha colpita molti anni prima. La Zona, pericolosa da attraversare per gli incauti, interdetta dalle autorità, è un labirinto che muta di continuo (dicono). È una terra piena di trabocchetti (dicono). È qualcosa che sfugge a tutte le leggi della fisica (dicono). È un luogo dove tutto si muove e cambia in base all’umiltà o alla superbia dell’uomo (dicono). E nella Zona vi è la Stanza, dove si giunge scegliendo sempre la via più lunga.  La vita ordinaria, comune, noiosa, che tanti rifuggono: al di qua del filo spinato. Di là, oltre il filo spinato, la Zona e la sua Stanza: dove i desideri (forse) sono esauditi, dove tutto si può fare e sapere (o quasi tutto). Oltre il filo spinato non vanno neanche gli eserciti, intimiditi dall’orrore: essi si limitano a difenderne i confini “come le pupille degli occhi”. E i civili, i non inquadrati: pochissimi diventano “Stalker”, viaggiatori di soppiatto nell’Oltre, con “povertà di spirito”, senza grandi pretese, pronti alla sottomissione assoluta nei confronti del non-conosciuto. La maggior parte desidera andare oltre – attraversando il biasimo sociale e l’emarginazione – non per realizzare desideri o giungere al centro stesso della vita, bensì per ottenere qualcosa che molti non hanno. Per essere ciò che molti non sono. Per riscatto. Per essere potenti.
Per essere determinanti.

nuvola XXXII • il viaggio

“Esci una sera sotto il vasto cielo stellato, alza gli occhi a quei milioni di mondi sopra la tua testa. Forse su ognuno di essi formicolano miliardi di esseri simili a te, persino superiori a te per costituzione. Guarda la Via Lattea. In quell’infinità, la Terra non può nemmeno essere considerata un granello di sabbia. La Terra vi si dissolve, sparisce, e con essa sparisci anche tu. Dove sei? Chi sei? Cosa vuoi? Dove vuoi andare? L’impresa cui ti stai accingendo non potrebbe essere pura follia?
Di fronte a tutti quei mondi, interrogati sui tuoi scopi e le tue speranze, sulle tue intenzioni e i mezzi per realizzarle, su ciò che si può esigere da te, e domandati fino a che punto sei preparato a rispondere. Ti attende un viaggio lungo e difficile; ti stai dirigendo verso un paese strano e sconosciuto. La strada è infinitamente lunga. Non sai se ti potrai riposare, né dove ciò sarà possibile. Devi prevedere il peggio. Devi prendere con te tutto ciò che è necessario per il viaggio.
Cerca di non dimenticare nulla, perché poi sarà troppo tardi per rimediare all’errore: non avrai tempo di ritornare a cercare ciò che hai dimenticato. Valuta le tue forze. Sono sufficienti per tutto il viaggio? Quando sarai in grado di partire?
Ricordati che più tempo passerai per strada, più avrai bisogno di portarti delle provviste, cosa che ritarderà ulteriormente la tua marcia, e allungherà pure la durata dei preparativi. E ogni minuto è prezioso. Una volta che ti sei deciso a partire, perché perdere tempo?
Non contare sulla possibilità di tornare. Questa esperienza potrebbe costarti carissima. La guida si è impegnata soltanto a condurti alla meta, non è obbligata a riaccompagnarti indietro. Sarai abbandonato a te stesso, e guai a te se ti infiacchisci o perdi la strada, potresti non ritornare mai più. E anche se la trovi, resta il problema: tornerai sano e salvo?
Ogni sorta di disavventure attendono il viaggiatore solitario che non conosce bene la via, né le regole di condotta che essa comporta. Tieni a mente che la tua vista ha la proprietà di presentarti gli oggetti lontani come se fossero vicini. Ingannato dalla prossimità della meta verso cui tendi, abbagliato dalla sua bellezza e non avendo misurato le tue forze, non noterai gli ostacoli sulla via; non vedrai i numerosi fossati che tagliano il sentiero. In mezzo a prati verdi cosparsi di splendidi fiori, l’erba alta nasconde un profondo precipizio. É molto facile inciampare e cadervi dentro, se gli occhi non sono attenti a ogni passo che stai per fare. Non dimenticarti di concentrare tutta la tua attenzione su ciò che ti sta immediatamente intorno. Non occuparti di mete lontane, se non vuoi cadere nel precipizio.
Però non dimenticare il tuo scopo. Ricordatene continuamente e mantieni vivo il desiderio di raggiungerlo, per non perdere la direzione giusta. E una volta partito, stai attento; ciò che hai oltrepassato, resta indietro e non si ripresenterà più: ciò che non osservi sul momento, non lo osserverai mai più.
Non essere troppo curioso, e non perdere tempo con ciò che attira la tua attenzione ma non ne vale la pena. Il tempo è prezioso, e non deve essere sprecato per cose che non sono direttamente in relazione con la tua meta.
Ricordati dove sei e perché sei lì. Non aver troppa cura di te, e rammenta che nessuno sforzo viene mai fatto invano.
E adesso puoi metterti in cammino.”

Georges Ivanovič Gurdjieff

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nuvola XXXI • gli autunni

 

“Dopo il primo caldo meno intenso dell’estate finita, nella casualità delle sere, il cielo vasto ha assunto delle tonalità di colore più tenue, ritocchi di una fredda brezza che annunciavano l’autunno. Non era ancora l’ingiallirsi del fogliame, o la caduta delle foglie, né quella vaga angoscia che accompagna la nostra sensazione di morte esteriore, perché sarà anche la nostra. Era come una fatica dello sforzo esistente, un sonno impreciso sopraggiunto negli ultimi atti dell’azione. Ah, sono sere di una indifferenza così triste che l’autunno, prima di cominciare nelle cose, inizia dentro di noi.
Ogni autunno che arriva è più vicino all’ultimo autunno che avremo, e lo stesso accade con l’estate o con la canicola; ma l’autunno ricorda, per quello che è, la fine di tutto, mentre durante il calore estivo, è facile vedere che lo dimentichiamo. Non è ancora autunno, nell’aria non c’è ancora il giallo delle foglie cadute o la tristezza umida del tempo che più tardi si farà inverno. Ma c’è una traccia di tristezza anticipata, un dolore indossato per il viaggio, nel sentimento in cui siamo vagamente attenti ai diffusi colori delle cose, al tono diverso del vento, alla quiete più grande che, quando scende la notte, si diffonde nella presenza inevitabile dell’universo.
Sì, passeremo tutti, passeremo tutto. Non resterà nulla di chi ha usato i sentimenti e i guanti, di chi ha parlato della morte e della politica locale. Come la stessa luce illumina le gote dei santi e le ghette dei passanti, così la stessa mancanza di luce lascerà al buio il nulla che resterà degli uni che sono stati santi e degli altri che usavano le ghette. Nel mulinello vasto, come quello delle foglie secche, in cui il mondo intero giace indolentemente, i regni sono la stessa cosa dei vestiti delle sarte, e le trecce dei bambini biondi vanno nello stesso girone mortale degli scettri che hanno rappresentato gli imperi. Tutto è nulla, e nell’atrio dell’Invisibile, la cui porta aperta mostra soltanto, davanti ad essa, una porta chiusa, danzano, serve di questo vento che le fa muovere senza usare le mani, tutte le cose, grandi e piccole, che per noi e in noi hanno costituito il sistema percepito dell’universo.
Tutto è ombra e polvere agitata, la sola voce esistente è quella del rumore delle cose sollevate e trasportate dal vento, l’unico silenzio è quello lasciato dalla cose portate via dal vento. Gli uni, le foglie leggere, meno aderenti al suolo perché più leggere, nel vortice dell’Atrio salgono in alto e cadono più distanti dal cerchio delle cose pesanti. Gli altri, quasi invisibili, identica polvere, diversa solo se la vedessimo da vicino, formano uno strato di se stessi nel mulinello. Altri ancora, miniature di tronchi, vengono trascinati intorno ad esso e si posano qua e là. Un giorno, alla fine della conoscenza delle cose, la porta in fondo si aprirà e tutto quello che siamo stati – immondizia residuale di stelle e di anime – verrà spazzato fuori di casa, per fare in modo che quello che esiste ricominci.
Il cuore mi duole come un corpo estraneo. Il mio cervello dorme tutto quello che sento. Sì, è l’inizio dell’autunno che porta nell’aria e nella mia anima quella luce senza sorriso che orla di giallo spento la rotondità confusa delle scarse nuvole di ponente. Sì, è l’inizio dell’autunno e, nell’ora limpida, della coscienza chiara dell’anonima insufficienza di tutto. L’autunno, sì, l’autunno, quello che esiste o che esisterà, e la fatica anticipata di ogni gesto, la disillusione anticipata di ogni sogno. Cosa posso sperare io? E sperare di fare cosa? Ormai, per quello che penso di me, vado fra le foglie e la polvere dell’atrio, nell’orbita insensata del nulla, producendo un rumore di vita sul lastricato pulito che, non so dove, un sole obliquo indora di fine.
Tutto quello che ho pensato, tutto quello che ho sognato, tutto ciò che ho fatto o non ho fatto – tutto se ne andrà in autunno, come i fiammiferi usati che ricoprono il pavimento in ogni direzione, o i fogli accartocciati a forma di finta palla, o i grandi imperi, tutte le religioni, le filosofie con cui, mentre le facevano, hanno giocato i bambini addormentati dell’abisso. Tutto quello che è stato la mia anima, da tutto ciò a cui ho aspirato, fino alla semplice casa in cui abito, dagli dèi che ho avuto, fino al principale Vasques che anche io ho avuto, tutto se ne va in autunno, tutto in autunno, nella tenerezza indifferente dell’autunno. Tutto in autunno, sì, tutto in autunno…”

Fernando Pessoa, Il libro dell’inquietudine (nota 200)

 

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nuvola XXX • gli occhi

«L’intima natura delle cose ama nascondersi.» (Eraclito)
La natura degli umani nei loro occhi si veste di carne. Impercettibilmente, si muove. Prende forma; inizia a comunicare. Sporgersi su quell’infinito abisso che è lo sguardo umano, e senza paura, guardare…
Non c’è parola, gesto, finzione che possano annientarne il potere. Occhi infelici, punti da un nascosto veleno. Occhi rabbiosi, o inorriditi. Occhi incerti e disperati. Occhi allagati di gioia o di tristezza. Occhi che odiano. Occhi che amano.
Gli occhi: guarda gli occhi.
Il loro taglio, la loro luce, la verità o l’occultamento della verità che loro malgrado rivelano.
Gli occhi.
alfonsina

nuvola XXIX • il Viaggio

“Ho il presentimento che vivrò molto poco.
Questa mia testa assomiglia a un crogiolo,
purifica e consuma,
ma senza un gemito, senza un accenno di orrore.
Per uccidermi chiedo che un pomeriggio senza nubi,
sotto il limpido sole,
nasca da un grande gelsomino una vipera bianca
che dolce, dolcemente, mi punga il cuore.”

(Alfonsina Storni, Il dolce danno, 1918)

 

Si tolse la vita il 25 ottobre 1938: aveva quarantasei anni. Tutto tenne a mente e tutto dispose. Giunta in solitudine presso un piccolo albergo di Mar Del Plata, compose la poesia Voy a Dormir. La inviò al giornale La Nación, con diligenza. Il giorno successivo si uccise entrando in mare e avanzando verso il largo, fino a quando le onde la sommersero.

Denti di fiori, cuffia di rugiada, | mani d’erba, tu, tenera nutrice, rimboccami le lenzuola di terra | e la trapunta di muschio cardato. Vado a dormire, nutrice mia, addormentami. Mettimi una lampada al capezzale; una costellazione, quella che ti piace; tutte sono buone; smorzala un poco.Lasciami sola: ascolta germogli spuntare… ti culla da lassù un piede celestiale e un uccello intona il suo cantoperché dimentichi… Grazie. Ah, un favore: se lui chiama di nuovo al telefono  digli che non insista, sono uscita…”