nuvola XXV • il Fuoco

“Non finiremo mai di cercare. 
E la fine della nostra ricerca 
sarà l’arrivare al punto da cui siamo partiti 
e il conoscere quel luogo per la prima volta.”

Thomas Stearns Eliot.

 

Sembrerebbe che l’uomo non sia al mondo per ottenere la felicità, ma unicamente per stare al mondo.
In questa prospettiva tentare di conoscere si riduce a essere soltanto il dovere di chi vive unicamente per vivere – vale a dire l’occasione di raddrizzarsi un po’ la spina dorsale. Probabilmente il mito della “felicità come ricompensa” ha deformato la ricerca e l’ha portata su cattivi binari: felicità come realizzazione del proprio ego e come risposta alla fame di identità, costruzione di un senso di utilità, bisogno di rassicurazione ultima…
No, forse non  si è nel giusto. I sapienti, i conoscitori, i coraggiosi di tutte le epoche, hanno voluto conoscere bruciati dal fuoco. Non per curiosità o per il bisogno di dominio sull’altro, non per l’ego né per l’ansia di acquisire moneta di scambio, ma per l’inestinguibile furore del proprio daimon — per il Fuoco. Quando Carl Gustav Jung se ne stava a Bollingen nella sua torre dalle piccole finestre, quasi invasato, ostile al brusio sociale e sperduto negli abissi della sua psiche ribollente, stava malissimo, e mentre stava male… meditava il Nuovo. Ciò che si forgia nel fuoco daimonico dell’anima non conosce fine né morte.
Cercare la felicità per se stessi è perciò una caccia vana: meglio accantonare l’idea delle ricompense, e farsi guidare dal fuoco. 

Se c’è.

nuvola XXI • le folgori

“Lì per lì non saprete cosa vogliono dire,
e forse non lo saprete mai,
e forse non ve lo diremo mai:
questi bagliori improvvisi dell’anima,
come folgori guizzanti su candide nubi
a mezzanotte quando c’è la luna piena.
Arrivano in momenti di solitudine, o forse
siete con un amico, e all’improvviso
cade un silenzio nel discorso, e i suoi occhi
senza un fremito vi guardano ardenti:
avete visto insieme il segreto,
egli lo vede in voi, e voi in lui.
E restate là trepidanti nel timore che il mistero
vi si pari davanti e vi colpisca a morte
con un fulgore simile al sole.
Siate coraggiose, anime che avete simili visioni!
Mentre il vostro corpo è vivo e il mio è morto,
voi catturate un piccolo alito dell’etere
riservato a Dio stesso.”

Faith Matheny • Edgar Lee Masters, Antologia di Spoon River.

Di tutti gli istanti, i lunghi minuti, i rapidissimi anni, il tempo collettivo e le dimensioni individuali, ciò che resta è l’abbaglio di singoli momenti. Zac. Giungono all’improvviso e rivelano l’essenziale. Sono violente epifanie, che a volte inchiodano (alle responsabilità), a volte liberano. Ridimensionano l’agire altrui; illuminano bruscamente le proprie virtù, e le zone d’ombra. Poi ti fanno capire finalmente che sei parte di un ordito più ampio del tuo solito raggio d’azione: quel tuo raggio sembra espandersi all’infinito. Sai che devi fare il tuo dovere, che sei parte di un disegno più ampio – il quale non è nient’altro che un equilibrio globale – e che devi assecondare quel disegno senza restare passivo. Ti sembra un paradosso? Lo è: movimento sul binario, senza deviare. Eppure movimento. Flusso. Decisione. Puoi e devi scegliere: se lo farai seguendo il tuo senso interno più profondo, senza lasciarti confondere da blocchi e distorsioni, prenderai sempre la decisione più giusta. Vivrai trionfi veloci o dolorosi rallentamenti, poi rovinose cadute dopo il precoce trionfo, ma anche improvvise risalite dopo durature sofferenze. È l’altalena magica dell’esistenza. Se la tua famiglia, i tuoi amici, la società intera, si aspettano che tu compia determinati passi, seguendo precise tappe fino all’abisso della tua futura morte, non è materia che ti riguardi. Non sei nato per seguire le tappe collettive, dettate da precise necessità sociali, che sono convenzione e disperato tentativo di ordine. Non è l’Ordine: è qualcosa su cui tutti si sono messi d’accordo. Se non è il tempo, per te, di startene tranquillo a gustarti i frutti delle imposizioni altrui, non godrai nulla. Se non è il tempo per il tuo salto quantico, tutto si trascinerà a fatica; e mentre si trascinerà, tu capirai. Ti stupisce tutto questo? Sei qui per capire, capire soltanto. Sei qui per capire e per servire. Capire quali siano i tuoi compiti, quali pieghe distendere, a quali errori rimediare; capire come si accettano le cose inevitabili; capire come si mutano gli eventi senza sottrarsi al proprio disegno; riconoscere il daimon, il demone, che da dentro ti parla e ti guida anche quando non lo ascolti; capire che quanto non ascolti il daimon, soffri il doppio; capire che non sei qui per schivare la sofferenza, ma per affrontarla come un muro di fuoco; capire che sei qui per lasciarti indietro cose non destinate a te, e per andare incontro a ciò che ti attende – se sia molto piacevole o molto doloroso non è un tuo diritto deciderlo. Sii paziente e attento: l’attenzione di condurrà alla folgore, che farà luce sul tuo cammino – abbagliante fino a causarti una velocissima eternità di sconfinata, umana conoscenza.

Abbi pazienza.

nuvola XX • conosci te stesso

ΓΝΩΘΙ ΣΑΥΤΟΝ. Conosci te stesso.

È stata la massima sentenza dell’antichità e motto della sapienza oracolare delfica, presente come iscrizione a Delfi presso il tempo di Apollo.

Significa “conosci la tua finitudine”, ovvero “conosci i tuoi limiti”. Significa che il dovere fondamentale dell’uomo è quello di conoscere la struttura profonda della propria interiorità, e i confini oscuri del proprio io. Egli dovrà capire, perciò, che la conoscenza di sé non porterà la felicità esterna, sotto forma di eventi e incontri, ma una quiete interna. Ciò che dovrà accadere – ostacoli, dolori, ritardi – accadrà in ogni caso, e se sarà addolcito, questo avverrà semplicemente perché l’animo si sarà mantenuto morbido ed elastico. Il cambiamento non reca particolare dolore; la resistenza al cambiamento è invece lancinante. Fare ricerca sulla vita, sulle cose, su se stessi, pratica nobile e necessaria, non significa evitare i momenti bui. Significa fortificare gli argini della propria interiorità, intendere profondamente la necessità di ciò che è, imparare un’accettazione che non è resa o rinuncia, ma soltanto attesa paziente del momento migliore. Significa fare ciò che è necessario, e farlo nella maniera più giusta. Immaginare un premio finale al nostro doloroso sforzo di conoscenza, è un ritornare alla solita presunzione umana: la ricerca di una felicità che venga da fuori. Quella felicità non verrà se è necessario che non venga. L’unico premio è un modo di essere, costruito mattone dopo mattone e praticando il non giudizio: un contegno paziente, una semplicità d’animo, fondati sull’ampiezza di vedute e su una sostanziale bonarietà di fondo. Questo ci dicono gli antichi e tutte le scuole di conoscenza: osserva te stesso, intendi te stesso, guida te stesso attraverso la tempesta.

“Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas.”
[Non andare fuori, rientra in te stesso: nell’interiorità dell’uomo risiede la verità.]
Agostino di Ippona.

 

nuvola XIX • few words

Senza agitazione, senza rifiuto, lasciar cadere tutto ciò che in ogni caso cadrà. Cominciare a desiderare ciò che è necessario, libera.

nuvola XVIII • amore è servizio

“Quando tu dici: «Ti amo» vuol dire: «Posso offrirti felicità e vera pace». Per essere in grado di offrire felicità e pace all’altro, devi già essere in grado di offrirle a te stesso.”

Thich Nhat Hanh.

Amore. Un servizio da compiere.

Qualcosa da offrire con lo spirito quieto e una personalità integra. Gli psicoanalisti hanno introdotto, un secolo fa, il concetto di proiezione, per spiegare ciò che lega le persone comuni, le quali sono in massima parte non sufficientemente centrate per accogliere in sé  un moto di amore maturo. Proiezione – quando non sia un arcaico meccanismo di difesa e non si risolva in un attribuire agli altri qualità negative che non si tollera di avere – significa riconoscere sé stessi nello sguardo di un Altro, perché certe buone qualità che si scorgono altrove, e di cui si vorrebbe in qualche modo appropriarsi, restano nebulose dentro di sé, profondamente occultate al di sotto della soglia di coscienza. Quelle qualità sono una qualche funzione inferiore, ovvero una parte in ombra che non riesce ad affiorare e che si crede di non possedere. Ecco cos’è l’amore di cui moltissimo si parla e che tanto fa gioire o soffrire, che spinge la gente a unirsi per poi abbandonarsi, scivolando dalla benevolenza assoluta all’assoluto disprezzo. Le persone dal cuore particolarmente saldo e dal carattere ben formato, solitamente, si innamorano di rado ed esclusivamente di persone dalla natura simile, in modo quieto, generoso e teneramente distaccato. Soltanto quelle persone possono donare molto di sé, migliorare gli altri e lasciarsi migliorare, perché non necessitano minimamente dell’altrui presenza. È questo non-bisogno che genera il non-attaccamento, e consente perciò l’amore. Psicologi e analisti conoscono bene questa difficile verità: cercano di sostenere i pazienti nel ridimensionamento delle proiezioni, che spesso generano una serie infinita di dispiaceri e crolli, ostacolando la crescita e rallentandola. A tutti noi servono specchi e sostegni; quando si presenta l’opportunità di riflettersi nello sguardo dell’altro, pochi di noi restano immuni dall’incantesimo. È qualcosa di naturale, universale e in parte costruttivo: è un modo che l’anima ha di costruire se stessa. Il fatto che gli amori si esauriscano con facilità, e che di rado durino a lungo se non sotto forma di qualche tipo di abitudine o addirittura di contratto, è conseguenza del mutare delle condizioni interiori. Il sentire fluisce incessantemente. Ciò che prima sembrava ossigeno, a un certo punto si fa aria irrespirabile o semplicemente non più vitale. Le necessità dello spirito mutano di segno, le proiezioni si ritirano… Nei casi più angosciosi l’altro va via prima che la proiezione sia rientrata, ed è lì che prende forma uno dei dolori più grandi: ci si sente come se una parte del proprio corpo sia persa per sempre, ed è un terribile lutto per cui molto si soffre. Quando la proiezione si ritira con dolcezza, invece, chi abbiamo amato si trasforma in un’ombra sbiadita che scivola fatalmente nell’oblio, di cui non ci interessa più anche se un tempo credevamo di non poter vivere senza di lui. Questa indifferenza è la prova che l’amore fosse egoico, cioè proiettivo. Un amore egoico può rivelarsi molto utile alla crescita, eppure è un segno evidente che il nostro spirito – avido di cure e cieco al profondo bisogno dell’altro – ha mantenuto una struttura infantile. L’amore dovrebbe essere una qualità aggiunta, non il nutrimento che solo un bambino ha il diritto di esigere. Anche quando ci siamo illusi di aver dato, in realtà abbiamo tentato di prendere. Sentimenti tremendi ed egoisti, come la gelosia, il possesso e il bisogno costante di vicinanza, di accettazione e di attenzione, sono sempre la testimonianza dell’attaccamento, che viene comunemente chiamato amore e non assomiglia a nulla di disinteressato. Esso è l’anima che va a caccia per il mondo, alla disperata ricerca di qualcuno in cui identificarsi, da cui farsi blandire, da cui farsi infine tradire… per capire, per crescere, per fare ritorno.  

QUI un VIDEO di MAURO SCARDOVELLI: “Ti amo”… Che valore hanno le parole?

nuvola XVII • le madri

Ogni donna nasce Madre.

Non tutte le donne però – perfino quelle che concretamente vivono una maternità fisica – onorano e portano alla luce questa essenza profonda. In molte donne la natura di madri si nasconde per una vita intera, offesa e occultata dall’ego non ancora risanato, e dal bisogno maschile di un qualche tipo di potere sull’Altro.
Al di là di ogni circostanza e di ogni limite, la fibra di madre persiste indenne attraverso le generazioni; è una natura segreta, gelosa dei propri valori che sono di segno contrario rispetto ai valori maschili, custode di qualcosa che bilancia e completa ciò su cui l’uomo costruisce la propria identità.
Tutti gli uomini e tutte le donne tengano a mente: ogni volta che si offende e contrasta una donna per il fatto di essere donna, si pecca fatalmente contro un simbolo onnipotente che si autoperpetua in maniera del tutto autosufficiente e storicamente invincibile.
Si agisce contro la vita stessa, che è la propria stessa vita e quella di tutto ciò che esiste. Ed è, questa, una forma gravissima e imperdonabile di omicidio di sé.

“Ma questa saggezza è legata a ciò che vive, nella sua inscindibile e paradossale unità di vita e di morte, di natura e di spirito, di ordine temporale e di destino, di crescita, di morte e superamento della morte. Questa forma femminile di saggezza non corrisponde ad alcuna legge astratta, in cui corpi astrali morti o atomi girano nello spazio vuoto, è piuttosto una saggezza legata alla terra, al crescere su di essa della vita organica e dell’esperienza degli avi in noi. È saggezza dell’inconscio e degli istinti, della vita e dell’essere in rapporto. (…) questa coscienza matriarcale che ama il nascosto e l’oscuro, e che si muove con estrema lentezza. (…) La saggezza femminile non è speculativa perché è vicina alla vita e alla natura, legata al destino e alla realtà vivente. Il suo sguardo senza illusioni verso la realtà può irritare una mentalità maschile idealista, ma proprio perciò essa nutre e aiuta la realtà, la consola e aiuta e la conduce oltre la morte verso sempre nuove trasformazioni e nascite.”

(Erich Neumann, La psicologia del Femminile, 1953)

nuvola XVI • il tempo incerto

 “Possiamo fidarci del fuoco a condizione di sapere che la sua legge è di estinguersi o di bruciare.”
M. Yourcenar, Il colpo di grazia.

Il maggior insegnamento che si possa ricevere, credo, è un certo tipo di frustrazione. Per molti passare periodi di difficoltà, in cui si annaspa o si crede di non avere vie di uscita, è una perdita di tempo. Ma io dico che è un addestramento, meraviglioso. Se impari la pazienza, se a un certo punto ti arrendi al fatto che per un po’ devi lavorare su di te e non sugli eventi esterni, accumuli una forza straordinaria, molto sottile e molto profonda, che ti pervade in ogni fibra segreta. Sai stare quasi senza nulla, rinunciare senza disperarti; sai arrestarti, riflettere e riprendere il cammino. Non credo molto alla comune opinione che: “Bisogna lottare!” No, non bisogna lottare. Puoi lottare quanto vuoi, agitarti e scuotere la testa, ma se non è il momento, prenderai colpi sempre più violenti fino a quando non ti fermi – e pensi. Bisogna infine pensare. Guardare il fondo buio di se stessi. Bisogna pazientare e muoversi secondo modo e occasione. Rimuovere una frustrazione, fuggendo qui e là, significa riviverla – ingigantita – tra un mese o tra molti anni. Identica e amplificata. Ci sono momenti di blocco e momenti di scorrimento. Bisogna vivere i due poli. Muoversi. Arrestarsi. Riprendere il percorso. Oscillare tra le due forze: il movimento, la stasi. Essere una sola macchina, perfettamente oliata: nervi saldi, fiduciosa alleanza – di corpo e di spirito. Governarsi. Disciplinarsi. Fluttuare come i rami di un salice, seguire la corrente, per avanzare senza spezzarsi. Reggere la frustrazione di un vento contrario. C’è una poesia di Montale, molto bella, che a un certo punto fa così.
“Dicono che la poesia al suo culmine
magnifica il tutto in fuga,
negano che la testuggine
sia più veloce del fulmine.
Tu sola sapevi che il moto
non è  diverso dalla stasi,
che il vuoto é il pieno e il sereno
è la più diffusa delle nubi.”
Il vuoto è il pieno.
Oscilliamo tra due poli, come pendoli inesorabili. Se impari a farlo con profonda attenzione, e se ti muovi con circospezione e determinazione senza mai perdere la speranza, le cose prima o poi si sbloccano. Si sbloccano esclusivamente nel momento in cui comprendi. Altri ostacoli si presenteranno, anche più opprimenti, ma una fase è definitivamente passata e degli anticorpi sono in circolo. Felice è soltanto chi sa gestire la propria essenza – anzi, la segue. Felice è chi sa stare solo con se stesso, a volte rigirandosi i pollici in una stanza di emozioni buie, aspettando e costruendo tempi migliori.
La vita è un sottile equilibrio tra il trattenere qualcosa e il lasciarlo andare. Impara ad amare il tempo incerto.
Ad maiora.

nuvola XV • episodi unici

Non si passa due volte attraverso la medesima comprensione. Capire è come morire: lo si fa improvvisamente, una volta sola. Se capisci una volta, non puoi più disconoscere. Puoi rimuovere, questo sì, lasciare che tutto sprofondi nell’inconsapevolezza. Ma quella parte di te che doveva apprendere, ha appreso.

“La brezza dell’alba ha segreti da dirti. Non tornare a dormire. Devi chiedere quello che davvero vuoi. Non tornare a dormire. C’è gente che va avanti e indietro attraverso le porte dove i mondi si toccano. La porta è tonda e aperta. Non tornare a dormire.” [Jalāl al-Dīn Rūmī]

nuvola XIV • quando ti diranno

“Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.” [Mahatma Ghandi]

Quando ti diranno pressappoco così: «Perché combatti contro i mulini a vento?», tu rispondigli che non combatti contro nulla. Tu non combatti: preferisci essere. E se vedrai cinismo intorno a te, penserai che è il frutto della tua stessa debolezza, riflessa in mille individui. Contemporaneamente cercherai di essere la persona che ti piacerebbe incontrare, secondo un retto agire che è semplicemente il tuo. E se farai scelte non conformiste, beh, quelle scelte non saranno anti-conformiste. Saranno semplicemente le tue scelte. Se penserai che una cosa giova, la farai. Sarà inutile? Poiché ti fa stare bene, a prescindere dall’impatto che avrà sul mondo, allora sarà il bene – anche se soltanto una briciola di bene. Nel tuo piccolo, sei già grande. Non agire per cambiare il mondo: il mondo ha un suo flusso, una sua evoluzione, un suo corso. La sofferenza persisterà, perché nell’equilibrio globale anche il male ha una sua necessità segreta. Il male decostruisce per permettere a nuove cose di emergere. Ma tu puoi fare scelte elevate, e le farai se ti rendono soddisfatto e felice. Hai bisogno di altri motivi? Ti dicono che è inutile?

Utile è ciò che ti fa addormentare con un sorriso, la sera: è ciò che – non in grado di stravolgere la realtà intorno a te – è scaturito dalla buona coscienza, da un desiderio profondo, dalla consapevolezza. Che ti importa di ciò che ottieni? Tu hai compiuto, e compiere basta.

nuvola XIII • chi resiste è Re

“Ricorda che esiste un’enorme differenza tra chi appare stolto agli occhi degli dei e chi lo appare agli occhi del mondo.” [Oscar Wilde]

 

«Ognuno è artefice del proprio destino.» «Per la legge di attrazione: se lo desideri, si avvera.» Eccetera.

Non funziona così.

• Punto uno

Il destino è il proprio carattere, e il carattere non si cambia attraverso un atto di volontà, ma si evolve attraverso un moto di scoperta. Eppure, anche quando scopri le ragioni ultime di un problema, il problema non si dissolve e il carattere non cambia. Il problema resta lì, granitico: bisogna viverlo, fino in fondo, e questo costerà dispiacere! Non esistono scorciatoie; non si sarà artefici di nulla se non si è disposti a soffrire la parte assegnata di sofferenza, frustrazione e vergogna, anche perché nessuna soddisfazione insegna con la puntualità e la precisione di un colpo al cuore. Il carattere non muta; evolve soltanto, cosicché i punti di debolezza diventeranno qualcosa di costruttivo e di gradevole.

• Punto due

Non è che se desideri, ottieni. Tante persone non sanno desiderare semplicemente perché quelle possibilità ancora non sono presenti nel loro campo di azione. Non ce la fanno proprio a pensare qualcosa di diverso. E anche se piano piano cominci a costruirti un desiderio, magari quel sogno è solo un conflitto nevrotico interno portato alla luce. Tipo: hai un forte senso di fallimento e sogni di realizzarti, per dimostrare qualcosa a qualcun altro. Il desiderio reale non ha nulla a che fare con questo bisogno di riscatto: è un sogno-visione, qualcosa di vero di cui neanche ti rendi conto; verrà alla luce senza sforzo, avverandosi. E non avrai paura di perdere nulla, perché avrai ogni risorsa necessaria.

• Perciò

Chi non ha conforto e visione è più fortunato o più sfortunato? Può cadere prima degli altri, naturalmente; ma se resiste, come pochi riescono a fare, è Re. La cosa fondamentale è: non cercare scorciatoie e riempitivi alla sofferenza. Mai credersi salvi senza aver pagato il tributo e aver fortificato il proprio animo. Chi ci prova, o chi si lascia tentare, o chi placa se stesso appoggiandosi a qualcosa di esterno, soffrirà molto di più – ora o fra molti anni.

Bisogna imparare a rinascere mille volte dalle proprie ceneri, invece di interrompere la combustione: non importa se si è buoni o cattivi, l’importante è non divagare.